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Abisso Mosè

Località: Arni, Passo degli Uncini.
Partecipanti GSB-USB: Luca Caprara, Michele Castrovilli, Andrea Mezzetti
Partecipanti esterni: Dario e il suo gruppo, in totale 4 persone

Veniamo invitati a visitare la Mosè, cavità sull’Altissimo esplorata in questi ultimi anni da Dario, i suoi e Mez.
L’avvicinamento prevede il ripido sentiero che dal parcheggio delle Gobbie porta al passo degli Uncini, breve sosta paesaggistica per riprendere fiato, poi via verso l’Altissimo. Durante il tragitto passiamo accanto al buco dei Pirati Biblici, e mi si stringe il cuore ad ammirare il magnifico terrazzamento allestito nel boschetto antistante… ma non divaghiamo.

Arrivati a destinazione, ci iniziamo a cambiare, e qui un duro colpo si abbatte su Mez: la lattina di birra che aveva con se, da bere a fine esplorazione, ha deciso di esplodere nello zaino. Risultato: sottotuta completamente impregnato e Mez in stile “sono messo male” per chi se ne intende delle celebrità di via Petroni. Vabbè.

L’ingresso della Mosè è il classico buco nel sottobosco che dopo qualche metro apre prepotentemente.
Si alternano grandi ambienti, pozzi nel vuoto, brevi strettoie, offrendo una progressione facile e scenari notevoli. L’esplorazione di Dario al momento termina in un salone, pare a -230, dove sono presenti due chiare prosecuzioni:

  • un pozzo enorme che sembra puntare alla risorgente dell’Altissimo, il cui accesso richiede disostruzione (e dove Dario sta concentrando i suoi sforzi)
  • un meandro stretto e fangoso…

Ovviamente Michele e Mez si ficcano a capofitto in quest’ultimo, io rimango un po’ in disparte ma vengo richiamato all’ordine e li raggiungo (uno va in Apuane per non smerdarsi ma niente, il destino è beffardo, v. foto in evidenza: entusiasmo per la strettoia fangosa…).

Dopo 6-7 metri di progressione non troppo scomoda il meandro si apre e abbiamo davanti a noi l’ennesimo ambiente enorme: un pozzo, con calata mista appoggiata/vuoto e segni di scorrimento di acqua, scende a dismisura, biforcandosi in due ambienti. Battezziamo quello più comodo e lineare con l’armo iniziale (ipotizzo io dalle retrovie). Mez arma (a spit) finché c’è corda (se non sbaglio 15+45+20) ma la fine non si vede e i sassi in caduta danno segnali promettenti, la direzione è quella di Astrea, ramo del Pacci, dicono gli esperti.

Nel frattempo, Dario e i suoi avevano iniziato la risalita, pare che uscire in tempo per cenare dalla Daniela sia imprescindibile… approccio che condivido pienamente, ma non conto un cazzo, e quindi sono ancora lì.

La nostra di risalita inizia nel peggiore dei modi: Michele si ferisce da solo con la maniglia, squarciandosi un labbro, dinamica tutta da chiarire, sarà quindi moralmente abbattuto fino all’arrivo in casina. Inoltre, attacchi di crampi e Pantin non utilizzabile non gli hanno certo facilitato le cose, ma essendo avvezzo alle sfighe non si è mai dato per vinto.

Impieghiamo circa tre ore e mezza per uscire, tempi larghi (io e Michele non facciamo risalite serie da pre-Covid e Mez ha avuto pietà standoci dietro).

In definitiva, si tratta di una cavità che può dare grandi soddisfazioni, l’esplorazione in profondità è facilitata dalla progressione quasi sempre comoda e senza grandi intoppi, stiamo a vedere come si evolveranno le cose.

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