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Il Buco dell’Ossobuco

Articolo completo su Sottoterra 149, di Massimo Fabbri e Giuliano Rodolfi

Scoperta e scavo

di G. Rodolfi

Aprile 2018. Porto Minghino (Massimo Fabbri) al Parco dei Gessi Bolognesi, nella zona della Croara. Sono diversi anni che manca dal gruppo ed è grazie alla mia insistenza che è ritornato, ma come dico spesso scherzando “me ne sono già pentito”. Quando Minghino ha interrotto l’attività il Parco ancora non esisteva e sono molte le cose che vorrei mostrargli: le grotte alle quali abbiamo lavorato insieme in passato e quelle più recenti come il Macete nell’Inghiottitoio delle Selci, la Mimosa e il grande inghiottitoio appena sotto il Buco delle Candele. Davanti a noi, la dolina della Spipola che, con i suoi colori, sfoggia tutta la sua bellezza.

Camminando in mezzo alla vegetazione, poco dopo avere passato il Buco del Bosco, affianchiamo una bella parete di gesso, a metà della quale, scorgiamo un terrazzino ricoperto dalle foglie. Il terreno si infossa in evidenti spaccature, nelle quali cerchiamo di infilare un ramo, lungo un paio di metri. È da qui che comincia la storia la storia dell’Ossobuco.

Passano alcuni mesi, nei quali Minghino riprende confidenza con l’andare in grotta, ma non si è dimenticato di quella spaccatura scoperta mesi addietro. “Dobbiamo tornare a darle un’occhiata”, mi ricorda spesso. Io gli rispondo sempre di sì, che ci saremmo tornati, mentre dentro di me penso che se ne dimenticherà. Ma non è così.

A dicembre 2018, Minghino mi convince a tornare a rimettere i piedi su quel terrazzino. Togliamo un po’ di foglie, per vedere cosa c’è sotto. Inaspettatamente, compare un piccolo passaggio che ci convince a cercare di smuovere anche la terra. Abbiamo con noi solo una cazzuola e un sacco speleo. Nonostante questo, cominciamo a scavare verso l’interno della parete. Il passaggio è basso e stretto, ma vediamo da lontano dei piccoli canali di volta. Entriamo e vediamo subito due possibili direzioni: una proprio davanti a noi e l’altra poco più a destra. Per oggi abbiamo finito il tempo a disposizione e non possiamo proseguire. La scoperta ci ha esaltati. Decidiamo di organizzarci meglio, di tornare con attrezzi adeguati e un paio di bidoni per estrarre il detrito. Questo tentativo è più fruttuoso e riusciamo ad aprire un varco molto facilmente, il terriccio è sabbioso e lo scarichiamo fuori dal terrazzino, verso il basso. La volta successiva si aggrega a noi Max Dondi. Essendo un po’ più smilzo, lo utilizziamo come battistrada, mentre noi allarghiamo la strada percorsa. Scaviamo e avanziamo, fino ad uno slargo e una svolta a sinistra. Qui troviamo un piccolo mammellone, integro e bellissimo.

“Ho trovato un osso che sembra un sasso bucato, pesantissimo”, dice Max. Io lo guardo e mi accorgo che è il classico “ossobuco”, fossile e pietrificato. Questa scoperta darà il nome alla grotta. Portiamo fuori l’osso e dopo averlo fatto analizzare da esperti, risulterà un reperto di un equino di 44.000 anni fa! Minghino ed io, ben decisi, continuiamo lo scavo e, testardi, ci torniamo, eccome se ci torniamo. Ogni uscita ci dà sempre nuove motivazioni per proseguire. “L’Ossobuco continua!” ci diciamo, tra una palata di terra e l’altra.

Siamo comunque in un interstrato, sotto di noi solo terra, sopra di noi solo gesso. È un punto con molte spaccature, che si notano anche dall’esterno. Continuiamo a scavare. Io mi dirigo verso destra, seguendo la volta del canalino, ma dopo cinque metri (alla base di un pozzetto che somiglia a una tana), il passaggio chiude. Nel frattempo Minghino, che aveva riempito di terra la parte davanti, comincia a riscavare di fronte all’ingresso, dandoci la possibilità di penetrare nell’interstrato. Per la prima volta, crediamo di sentire un soffio d’aria.

Appena ricevuta la notizia, si aggregano a noi Andrea Pin e Paolo Grimandi. Questa volta lavoriamo in quattro, ma solo per trovarci al punto in cui, una parete di fronte a noi chiude quasi del tutto la grotta. Questo imprevisto ci demoralizza e ci porta a dover considerare una possibile chiusura della cavità interamente allargata a mano. Senza arrenderci, portiamo gli attrezzi sul fronte (cazzuola e palette da caramelle o farina, strumenti che ci permettono di caricare velocemente i bidoni), e togliamo altra terra. Raggiungiamo una spaccatura che si dirige verso sinistra, mentre a destra sembra chiudere. Percepiamo nuovamente dell’aria provenire da alcune piccole aperture. Scegliamo di andare a sinistra e Minghino, dopo avere ancora allargato, riesce a superare la strettoia e a mettersi in piedi. Sento delle grida di euforia per non essere più sdraiato. Gli chiedo di avvicendarci, così mi infilo anche io, e una volta passato il punto stretto, vedo una luce davanti a me. Spengo il Mastrel, per capire se si tratta di un riflesso. Nel buio assoluto vedo davvero una luce: c’è un altro ingresso!

“C’è un altro ingresso!” grido, mentre un pipistrello spaventato quasi mi colpisce in volto. Questo secondo ingresso è costituito da due spaccature verticali, di forma triangolare, alte circa 1,5 m e larghe poche decine di centimetri. La scoperta è incredibile. Torniamo sui nostri passi per occuparci dell’altro punto. Asportata tutta la terra, ci inoltriamo in una spaccatura all’interno di una parete. Sopra di noi deve esserci il Buco del Bosco ed è da qui che la corrente comincia ad essere ben percepibile.

Torniamo dopo qualche settimana. Con sorpresa notiamo che il pavimento della grotta da secco e polveroso è diventato umido. Abbiamo riattivato la grotta. Per lavorare più comodi abbassiamo il pavimento vicino alla spaccatura, creando una piccola saletta in stile “Minghino”. Le caratteristiche della grotta nella sua parte iniziale, lunga circa 2 Zuffa (40 m) tutti scavati sono un’altezza media di 45-50 cm, che si innalzano fino a 70 cm nella saletta. È possibile stare in piedi solo nella spaccatura che porta al secondo ingresso. All’esterno, dopo aver estratto una quantità enorme di metri cubi di terra, abbiamo creato un bel terrazzo, che si trova proprio sopra al sentiero che collega la Grotta Spipola alla zona della Palestrina. È un sentiero frequentato, tant’è vero che in più occasioni, durante “i lavori”, siamo interrotti dai turisti che passeggiano in quella zona e che, incuriositi, ci rivolgono un sacco di domande. Il nostro obiettivo rimane comunque quello di trovare un passaggio verso il basso, oppure addentrarci verso il bosco per raggiungere il Buco del Bosco, 40 o 50 m più a monte.

C’è qualcosa in quella spaccatura che ci chiede di crederci.

La svolta

di G. Rodolfi

8 settembre 2019. Torniamo alla grotta accompagnati dalla pioggia, con un obiettivo: decidere se continuare a scavare o abbandonarla definitivamente. Arriviamo alla spaccatura dalla quale esce aria e ci rendiamo subito conto che il lavoro di allargamento sarebbe quasi impossibile. Ci accorgiamo, però, che sulla destra la terra si abbassa e sembra che ci sia un canaletto di volta (praticamente pieno), che si snoda nella giusta direzione, dentro alla montagna.

Minghino scava e, passando sotto due dentoni di gesso, avanza un paio di metri. La direzione qui è un poco contraddittoria: ci sono canali di volta che vanno in diverse direzioni, così decidiamo di aprire quello frontale che sembra il più interessante e che va diretto dentro la montagna. Ci scambiamo velocemente nello scavo, per essere più efficaci. A un certo punto notiamo che la volta sembra alzarsi con spazi un poco più ampi. Dopo avere ancora allargato, Minghino mi dice che prova a passare. Lo sento spingere come un dannato, “scancherare” e parlare da solo, poi più nulla. Non capisco bene cosa stia succedendo, ma ad un certo punto lo sento urlare: “Vieni! C’è una sala… grande! Dai che ti aspetto così la vediamo insieme”. Grande amico… ancora non riesco a crederci. Mi infilo alla velocità della luce e una volta passato, non credo ai miei occhi! Una sala grande con concrezioni e mammelloni enormi, tanta roba, troppa roba per una grotta del Bolognese. Ci abbracciamo e urliamo come matti, Minghino quasi piange, io anche, finalmente i nostri sforzi hanno avuto successo. Sicuramente abbiamo avuto molta fortuna, ma una volta tanto siamo stati premiati per la nostra caparbietà e perseveranza. 

La sala è in discesa, sotto solo terra morbida che degrada fino a delle colate che praticamente chiudono a cerchio su un piccolo vano in basso. Ritorniamo nella parte alta della sala. Dopo avere superato un passaggio strisciando, riusciamo a raggiungere un terrazzo con sopra dei mammelloni giganti e alle pareti colate e concrezioni. Scorgiamo un’apertura che ci fa intendere che, superandola, la grotta possa proseguire. Spostiamo un enorme masso che pare la porta di Aladino e siamo di là. A questo punto un velato senso di rimorso ci assale e decidiamo di uscire per chiamare Max Dondi, che prenderemo scherzosamente in giro per mesi per aver dato per chiusa questa meraviglia.

Nonostante la telefonata entusiasta di Minghino, Massimo è molto scettico. Solo pochi giorni prima avevamo parlato con lui dicendogli che avremmo avuto bisogno di una terza persona per farci aiutare nell’estrazione dei detriti. Pensa che lo stiamo chiamando per prenderlo in giro e che lo stiamo cercando solo per scavare. Dopo averlo convinto, un po’ per darci una mano, un po’ per la paura di perdersi qualcosa di importante, ci raggiunge. Il tarlo esplorativo è troppo grande. Entrato in grotta, anche lui è preso dalla nostra euforia. Gli facciamo vedere la prima sala, poi andiamo al passaggio sopra al terrazzo. Siamo in cima ad un bellissimo meandro, alto ad occhio 7 – 8 m e largo almeno 1 m, sotto stringe. Siamo senza imbrago e avanti a noi il meandro allarga. È troppo largo per riuscire a scendere. Passiamo così dalla via più scomoda, quella più stretta. Limando gli spigoli e alcuni nasi di roccia, riusciamo a scendere fino in fondo in opposizione. Eccoci dentro al meandro. Avanziamo tra punti concrezionati e vie che vanno da ogni parte (la grotta non finisce più, pensiamo). A sinistra una nicchia bassa ci svela una bellissima palladiana a grossi rettangoli, entriamo strisciando e dopo poco ci si può alzare sotto delle bellissime vele, attive. Ci infiliamo in tutte le diramazioni che ci sono, ma chiudono in piccoli arrivi. Seguendo la via più logica, passiamo sotto ad una condotta con il soffitto squadrato come fosse fatto a mano (ricorda l’antico acquedotto romano di Bologna), e arriviamo dove il meandro chiude con un camino. Il passaggio è largo 80 cm circa e le pareti sono piene di cristallizzazioni con il pavimento ricoperto di infiorescenze che sembrano broccoli di gesso. Dove chiude non è altro che una colata multicolore di 8 m con a terra cristallizzazioni di calcite e di gesso. Di fronte alla colata un piccolo passaggio, superato dapprima in arrampicata, quindi facendo un buco nella terra alla sua base, ci porta in una saletta con soffitto basso. Poco avanti potrebbe esserci una prosecuzione con un canale di volta, ma decidiamo di non fare nulla in quanto non avremmo lo spazio per depositare la terra estratta, con il rischio di rovinare uno dei punti più belli della grotta.

Rientrando nella condotta squadrata, a destra si segue un meandro che finisce contro una parete di gesso. In alto ci sembra di vedere del vuoto, ci torneremo più avanti. Risaliamo la strettoia che ci ha portato sul fondo, non senza fatica e torniamo al terrazzo iniziale. Qui buttiamo uno sguardo anche in un altro punto con un ingresso molto stretto che diventa oggetto di una delle infinite sfide tra me e Minghino. Una volta dentro, ci accorgiamo che questa via torna sopra alla palladiana già vista. Tornati nella prima sala, ci incuriosisce una condotta bassa, anche questa da svuotare, con il soffitto ondulato che ricorda il mare: ci guarderemo in futuro. Sala Lorena, è questo il nome che abbiamo dato alla prima bella sala che si incontra entrando: il nome della nostra barista preferita, che ci accompagna sempre con i suoi auguri ad ogni nostra uscita. È ora di uscire, stanchi, appagati, e soprattutto increduli.

Mi viene in mente una frase che ho riletto per caso, poco tempo fa, scritta da Massimo (Minghino), quando insieme (con il GSB-USB) abbiamo fatto la giunzione tra il Buco dei Buoi e l’Acquafredda, nello scavo del Cunicolo dei Nabatei. Diceva così: “E’ difficile spiegare il perché si scavano 120 m di cunicolo a chi non conosce la realtà dei Gessi Bolognesi. Sembriamo più dei pazzi masochisti che degli speleologi, ma a casa nostra per raggiungere dei risultati importanti non bisogna fermarsi davanti a niente o quasi” (Sottoterra 84, dicembre 1989). E questa volta niente ci ha fermato!

L’Epilogo

di M. Fabbri

La scoperta di questa cavità ha acceso fin da subito una vivace discussione all’interno del Gruppo, in particolare riguardo l’eventualità di regolamentazione degli accessi per proteggere le concrezioni e le formazioni abbastanza delicate presenti all’interno. Il Buco dell’Ossobuco è una cavità particolarmente concrezionata e con formazioni piuttosto delicate per essere nei gessi. Da quando abbiamo scoperto ed iniziato ad esplorare la grotta sono state sempre organizzate uscite poco numerose, a cui hanno partecipato Soci sempre diversi, per effettuare i lavori necessari (riporto solo i nomi dei responsabili per evitare un lungo elenco): il rilievo (Federico Cendron e Luca Pisani), il servizio fotografico (Francesco Grazioli), sopralluoghi per la predisposizione di un’eventuale protezione all’ingresso (Paolo Nanetti) e un filmato per la realtà virtuale (Sergio Orsini).

L’esplorazione non è finita e dopo avere armato alcuni passaggi con delle scalette per agevolare la progressione, io e Nimitz ci ritroviamo a risalire un camino di 8/9 m, scoperto da Nevio durante le operazioni di rilievo. Ci ritroviamo in una sala con il pavimento instabile, che ci riconduce allo stesso soffitto a mammelloni della Sala Lorena. Come sempre c’è da scavare. Il lavoro per una volta è breve e sgusciando tra vari mammelloni ci troviamo in un altro ambiente molto concrezionato che sembra una bomboniera. Sopra un’altra piccola saletta colorata dal marrone scuro al rossastro tra i vari cristalli di gesso e, sul fianco, il nero di un bel meandro. Demoliamo un terrazzino pensile fatto di detriti, montiamo una scaletta per un saltino di pochi metri e Giulio (Nimitz) scende.

L’equazione si completa con l’ultimo elemento delle grotte bolognesi: il fango. Abbiamo raggiunto l’attivo del sistema e un fango viscido ci dà il benvenuto. Dovrebbe essere l’acqua che arriva dal Buco del Bosco a scorrere in questo luogo. Dalla scaletta proseguiamo una decina di metri fino a vedere l’attivo vero e proprio e la base di due camini pieni di fango molto alti, poi usciamo. Verranno risaliti in seguito, il primo da Alessio Sangiorgi e Nevio Preti, ed il secondo dai fratelli Dondi, con il ritrovamento di un passaggio che darà accesso a una zona concrezionata da enormi cristalli di gesso, estremamente delicata ed unica per il Bolognese, caratterizzata da alti camini che sembrano non avere prosecuzioni (da riguardare).

Questa grotta ci ha insegnato a non dare niente per scontato e proprio per questo non posso non essere attratto da un cunicolo presente in Sala Lorena con il soffitto ondulato, ma con una direzione che sembra procedere verso l’esterno della cavità. Non abbiamo ancora un rilievo e quindi non ne siamo certi. Sono sempre con Giuliano, ormai votati ad ogni causa, e ci mettiamo a scavare (la descrizione seguente è il riassunto di un insieme di uscite). L’enigma del soffitto ondulato si risolve in fretta, in quanto entrando nel cunicolo ci rendiamo conto di attraversare perpendicolarmente diversi canali di volta fino ad intercettare una grande curva di un paleo-corso molto largo, forse 5-6 m, quasi tutto pieno di sedimenti che si sviluppa sia a destra che a sinistra. Procediamo inizialmente verso destra, in quanto più facile, e in breve tempo, spostando un po’ di terriccio, raggiugiamo uno slargo e da qui intercettiamo uno sfondamento. Di fronte la grotta procede ancora per diversi metri fino a chiudere nello stretto. Montiamo una scaletta e Giuliano scende un pozzetto di una decina di metri. Controlliamo diversi punti che, purtroppo, non portano a niente di importante. Dopo una nuova risalita, un alterco con un ghiro appena sfrattato dalla sua tana, Giuliano si ritrova in cima al pozzo sceso in precedenza tramite un passaggio parallelo. Sotto ritroviamo l’attivo, con un bel meandro levigato dall’acqua, che sembra un arrivo e che risaliamo dopo avere allargato una fessura. In questa zona il gesso è pulitissimo, senza concrezioni e depositi, solo tante belle erosioni. Dà l’idea che gli ambienti si siano svuotati da poco tempo. Scattiamo qualche foto, facciamo il rilievo e infine togliamo la scaletta. Non c’è aria e non vediamo prosecuzioni.

Torniamo così sui nostri passi verso la Sala Lorena, ed iniziamo la progressione verso sinistra, ma dopo pochi metri lo scavo diventa difficile e faticoso. Lo spazio è davvero poco, circa 20-30 cm di altezza, e occorre utilizzare i pochi vani presenti per metterci il materiale di scavo. Abbiamo difficoltà anche a girare la testa. Una grossa lama di gesso si stacca improvvisamente dal soffitto e sfiora la testa di Giuliano che sta lavorando senza casco… lama fortunata, se lo avesse colpito si sarebbe rotta sul quel testone, ma è stato meglio così. In “onore” di questo evento chiameremo questa condotta “Giù la Testa”. Progrediamo seguendo spazi più ampi e anche con l’aiuto di Simone Guatelli ed Alessio Sangiorgi, presenti in questa occasione, arriviamo a quello che sembra essere il crollo della condotta, a circa 15-20 m di distanza. Ci torneremo per vedere se si può aggirare la frana in qualche maniera, perché ogni tanto abbiamo avuto l’impressione di sentire aria. Speriamo di avere ragione, così potremo continuare ad usare il nostro grido di battaglia: “l’Ossobuco continua…”.

Dal 1932 il Gruppo Speleologico di Bologna conduce esplorazioni e studio di cavità naturali e artificiali.

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