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L’area di Gosina Planin – Romanija

di Gian Domenico Cella e Juri Bertona (GGN)

Inquadramento

L’altopiano di Romanjia, la cui vetta più elevata è il monte Lupogiav, con un’altezza di 1652 m, sfuma gradatamente verso E in un altopiano dolcemente ondulato che in corrispondenza del Canyon della Prača assume la denominazione di Gosina Planina. Il paesaggio, piacevolmente rilassante, è tipicamente agreste, con prati e pascoli che si distendono a vista d’occhio lungo pianori e colline; i boschi sono rari. L’area è costellata da minuscoli nuclei abitati e dai loro piccoli cimiteri, che meritano una breve sosta; una fitta rete di carrarecce, non o mal riportate in cartografia, consente un ottimo collegamento tra i vari villaggi. Ai tempi della guerra l’area venne occupata dalle truppe serbo-bosniache e i contadini musulmani dovettero andarsene, come testimoniano ancora resti di casolari andati in fiamme. Con il passare del tempo il numero di questi ruderi abbandonati sta gradatamente riducendosi, segno che le cose si stanno rimettendo a posto. Ricordo ancora come una decina di anni fa gli speleologi (islamici) di Sarajevo avessero un certo timore a venire in questi luoghi. Dal punto di vista geologico l’area è costituita da tre grosse fascedi rocce triassiche, orientate grossomodo NW-SE,che comprendono – partendo da E – calcari massicci di scogliera, una bancata di calcari massivi ed infine depositi di arenarie quarzitiche che lateralmente possono passare a calcari dolomitici a Bellerophon di età permiana.

A copertura non mancano depositi quaternari talora vasti, ma poco potenti. Il contatto tra le formazioni triassiche è tettonico, con sovrascorrimento delle formazioni più recenti su quelle più antiche. Tettonicamente l’area è molto disturbata. Numerose faglie orientate grossomodo NW-SE e NNW-SSE, parallele cioè alla direzione del contatto, tagliano le formazioni triassiche; una seconda serie di faglie presenta direzioni ortogonali. Il territorio è prettamente carsico, con presenza di numerose doline, inghiottitoi anche attivi e grotte. Sappiamo che alcune di esse furonoutilizzate intorno all’anno mille, e forse anche in periodo preistorico; nella Brdo Gradac si rinvengono stelifunerarie islamiche ricavate nelle concrezioni. Ai primi del ‘900 si hanno le prime visite propriamente speleologiche ad opera di ufficiali austro-ungarici ed anche di speleologi locali (S.T.K. Romanija), testimoniate da poche pubblicazioni e da firme lasciate in grotta. La vicinanza alle grotte Mracna Pecina (Austroungarica) e Govještica Pecina (2 km all’incirca), rende l’area particolarmente interessante.

Le grotte note

Riportiamo una stringata sintesi di quanto speleologicamente noto:

Brdo Gradac (Golubovici)
Si tratta di una enorme condotta fossile che si sviluppa per oltre 600 m (profondità 32 m), in direzione N-O. Esplorata e topografata negli anni 2003-2005 dagli speleologi bosniaci, novaresi e tolmezzini, non pare avere relazioni con le grotte della sottostante Praca; abbiamo avuto l’impressione di trovarci di fronte al relitto di un antico sistema carsico. Di estremo interesse per le testimonianze antropiche ivi presenti.

Istok od Brdo Drenjak(?)
Un contadino ne aveva indicato l’ingresso nel 2005 al tolmezzino Antonino Torre; si tratta di un inghiottitoio non molto ampio che si apre al fondo di una dolina. La presenza di ordigni bellici ne aveva sconsigliato allora l’esplorazione. Resta da verificare la rispondenza con i dati a catasto.

Zapadno od Brdo Drenjak
Parzialmente esplorato dal GGN nel 2010; sviluppo >300 m, profondità 100 m circa. E’ un inghiottitoio che si apre in una dolina. La grotta ha inizio con un pozzo di 35 m, che dà su un ampio terrazzo, da cui parte un secondo pozzo di una trentina di metri. Una finestra conduce ad una galleria piuttosto bassa che chiude dopo qualche decina di metri. Alla base del pozzo un’ampia galleria si divide presto in due: a destra una condotta in salita porta alla base di un pozzo parallelo a quello di accesso, ove notiamo la presenza di alcuni pipistrelli; il ramo di sinistra dà su un meandro particolarmente concrezionato che prosegue in discesa con alcuni saltini per alcune centinaia di metri, fino ad arrivare ad un salto, alla base del quale la cavità sembra continuare. L’esaurimento del materiale non ha consentito di proseguire con l’esplorazione. Purtroppo dobbiamo segnalare la presenza di rifiuti e carcasse di animali, soprattutto alla base del primo pozzo, ma anche lungo il meandro.

Pluzevine
Si tratta di una serie di piccoli meandri convergenti,molto belli e di facile percorribilità, che danno su un pozzetto profondo 6-7 m, non disceso per mancanza di materiale; curiosa la presenza di una carriola incastrata tra le pareti del pozzo! Grotta promettente.

Dal 1932 il Gruppo Speleologico di Bologna conduce esplorazioni e studio di cavità naturali e artificiali.

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